Il “NO” dei pediatri riapre una questione che non è soltanto sanitaria, ma profondamente sociale ed educativa
Lo smartphone non è più soltanto uno strumento tecnologico. Per bambini e adolescenti è diventato uno spazio nel quale si comunica, si costruiscono relazioni, si cerca approvazione, si sperimenta la propria identità e, sempre più spesso, si trascorre una parte significativa della giornata. È proprio questa progressiva centralità del digitale nella vita delle nuove generazioni a rendere particolarmente significativa l’indicazione dei pediatri di evitare lo smartphone personale prima dei 13 anni e di rinviare l’accesso autonomo ai social almeno fino ai 16.
I dati restituiscono la dimensione del fenomeno: in Italia un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni utilizza quotidianamente lo smartphone, mentre tra gli 11 e i 13 anni oltre tre ragazzi su cinque possiedono almeno un account social. L’uso problematico dei social riguarderebbe già, a 11 anni, circa il 15% dei ragazzi.
Da un punto di vista sociologico, tuttavia, la questione non può essere ridotta al numero di ore trascorse davanti a uno schermo. Ciò che sta cambiando è soprattutto l’ambiente della socializzazione. Per molto tempo famiglia, scuola, gruppo dei pari, associazioni e territorio hanno rappresentato le principali agenzie attraverso le quali bambini e adolescenti apprendevano regole, valori, comportamenti e modalità di relazione. Oggi accanto a queste agenzie è comparso un nuovo e potentissimo attore: l’ecosistema digitale.
Social network, videogiochi, piattaforme video e chat non si limitano infatti a intrattenere. Propongono modelli di comportamento, linguaggi, valori, stili di vita e criteri di riconoscimento sociale. Il numero dei “like”, le visualizzazioni, i commenti e le notifiche possono trasformarsi in strumenti attraverso i quali misurare la propria visibilità e, talvolta, persino il proprio valore agli occhi degli altri. Il rischio è che la necessità di essere costantemente presenti e connessi produca una sorta di socializzazione permanente, nella quale diventa difficile sottrarsi allo sguardo e al giudizio del gruppo.
In questo scenario assume particolare importanza anche la paura di essere esclusi da ciò che accade online. Non possedere uno smartphone o non partecipare a una chat può essere percepito dal ragazzo come una forma di esclusione dal gruppo. Si crea così un paradosso: lo strumento nato per aumentare le possibilità di comunicazione può diventare fonte di pressione sociale e, in alcuni casi, contribuire all’isolamento dalla vita reale.
A questo si aggiunge un fenomeno ancora più recente: il rapporto con l’intelligenza artificiale. Il nuovo ambulatorio dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù dedicato all’uso problematico di Internet segnala anche casi di adolescenti che affidano alle chat conversazionali problemi personali, decisioni importanti e momenti di sofferenza. È un passaggio culturalmente significativo: la tecnologia non rappresenta più soltanto il mezzo attraverso cui entrare in relazione con altre persone, ma può diventare essa stessa un interlocutore.
Sarebbe però semplicistico demonizzare smartphone e social network. Il digitale offre opportunità straordinarie di conoscenza, comunicazione, partecipazione e inclusione. La stessa Società Italiana di Pediatria riconosce che, se utilizzati consapevolmente e con l’accompagnamento degli adulti, gli strumenti digitali possono avere anche funzioni educative e relazionali.
La vera questione, allora, non è scegliere tra tecnologia e assenza di tecnologia, ma stabilire come, quando e con quale accompagnamento educativo bambini e adolescenti debbano entrare nel mondo digitale.
Il “no” allo smartphone personale prima dei 13 anni assume quindi un significato che va oltre la raccomandazione sanitaria. È un invito a restituire centralità agli adulti e alla loro funzione educativa. Famiglia, scuola, istituzioni e comunità educante devono accompagnare i più giovani nella costruzione di quella che potremmo definire una vera cittadinanza digitale consapevole.
Perché proteggere i ragazzi non significa semplicemente spegnere uno smartphone. Significa insegnare loro a governarlo, prima che sia lo smartphone – attraverso algoritmi, notifiche e dinamiche sociali – a governare il loro tempo, le loro relazioni e il loro modo di guardare sé stessi e gli altri.



Un contributo di alto valore informativo ed educativo dell’amico e collega Giuseppe LODESERTO. Il suo lavoro offre lo spunto per aprire un serie dibattito sistemico sulla questione dell’uso delle tecnologie digitali da parte dei più piccoli.