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L’AI e la mente umana: perché l’algoritmo non può sostituire lo psicologo

Può l’intelligenza artificiale sostituire la figura dello psicologo? La domanda può essere formulata anche in un altro modo: come cambia la professione psicologica con l’avvento dell’AI?

In molti si chiedono ancora dove inizi e dove finisca il lavoro di questo “tutor personale” digitale. Una “scatola magica” che non può prescindere dalla componente etica e dal rispetto del quadro normativo europeo, indispensabile alla sua regolamentazione — approvato nel 2024 e in fase di attuazione graduale fino al 2027. Si profila, così, un dialogo sempre più stretto tra lo psicologo e l’esperto informatico.

Il primo comandamento resta la trasparenza: prendere le distanze dalla finzione del chatbot, poiché l’utente deve essere sempre consapevole di interagire con una macchina. Un rischio particolarmente alto quando si pongono quesiti sulla salute: come evidenziato da uno studio pubblicato quest’anno su BMJ Open, le risposte generate dalla tecnologia presentano ancora inesattezze di fondo.

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Si delineano così due differenti dimensioni nel modo di concepire la mente: quella della psicologia umana e quella dell’intelligenza artificiale. Comprenderle è fondamentale per individuare in che modo i sistemi informatici possano affiancare — e non sostituire — il professionista.

Non occorre andare lontano per riscontrare le criticità del modello algoritmico nella terapia psichica. Nella decostruzione dell’ansia, ad esempio, servono passi concreti compiuti in vera e propria simbiosi con lo psicologo. Un altro ambito emblematico è quello delle potenzialità legate alla grief tech (la tecnologia applicata al lutto). Rispetto al percorso di superamento della sofferenza descritto dalla pratica freudiana nel Trauerarbeit (il lavoro del lutto), appare fortemente controindicato l’uso di formule digitali che simulano la voce del defunto, illudendosi di evitare il dolore con un’artificiosa scorciatoia.

La prova schiacciante risiede proprio nel concetto di elaborazione: è prendendo atto della realtà e ripercorrendo l’ambiente vitale, sociale ed intimo della persona scomparsa che si trovano la linfa e la strada per la trasformazione. Un processo profondo che permette a chi resta di tornare a vivere in modo nuovo, consapevole e integrato.

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